Agata si è messa da un paio di settimane a questa parte, tranquilla. No, non l’ho ammazzata e non le do nemmeno lo Xanax, sembra che si sia rappacificata col mondo, o almeno che abbia iniziato a capire che ormai è qua ed urlare e fissare tutti con occhi di bragia (cit.) non serve a molto.

Meglio fare dei bei pisolini. Ziocan, se è meglio!!! Dico io.

Quindi, dici, bene! Hai tempo per stirare, mettere un po’ in ordine, pulire, cucinare, insomma renderti utile, no? No. Il tempo libero, per me è appunto LI-BE-RO. Se c’è casino in casa, amen. Siamo abituati.

Bè, quindi senti le amiche, gli amici … No. Non ho nessuna voglia di sentir parlare di bambini o di doverne parlare io. E non ho voglia di parlare, proprio.

Leggo. Sì, sì. Quando la tiranna dorme io mi sbatto su un divano (posto che il necessario per la sopravvivenza sia assicurato, diciamo) e leggo.

Posso dirlo? E’ meraviglioso. Mi sembra di riprendermi me stessa, in quei momenti, ma vabbè, non divaghiamo.

Ho letto “La banda dei brocchi” e “Circolo Chiuso” di Coe, uno di seguito all’altro, ma non di queli parlerò, bei libri ma è troppo complesso dire cosa mi hanno suscitato, soprattutto il secondo. Un’altra volta.

Ho finito invece “Open”, autobiografia di Andrè Agassi, che tanto scalpore suscitò all’epoca della pubblicazione. Io non leggo le autobiografie, di solito, men che meno di sportivi, ma nonsoperchè, questa mi ha colpito. Sarà che mi piace Agassi (fisicamente, intendo).

Open è più che una autobiografia tout-court, uno sguardo in un mondo per me sconosciuto. Prima di tutto: E’ scritto bene. Agassi lo ha concepito insieme a Moheringer – premio Pulitzer – ma non si sente la mano del Ghost writer, sembra di stare a sentire AA che ti racconta le cose.

Smarcata la qualità della scrittura (ribadisco: è scritto BENE, non aspettiamoci Joyce, ma è scritto bene), resta la storia, i personaggi, la vita di uno che la sua vita non l’ha scelta. L’hanno fatto altri per lui (succede a tantissimi, lo so) e questa cosa però Andre se la porta dietro fino a oltre trent’anni.

Dovrà arrivare a pochi anni dal suo ritiro per riuscire finalmente (dopo VENT’ANNI di carriera) a decidere che sceglieva LUI di giocare a Tennis.

Sono sincera: Io non sono una schizzinosa in fatto di libri – sono abbastanza mainstream anche in questo – ma Open l’ho divorato, compatibilmente con Agata, perchè ti tiene lì, incredibilmente pur essendo un’autobiografia vuoi sapere come va a finire. Io non mi ricordo Agassi coi capelli lunghi – aveva un toupet!!! – ero troppo piccola, ma mi ricordo il secondo Agassi, quello dopo il 1999, quello che poi quasi vecchio vinceva ancora, un po’ bolso, un po’ lento, ma che comunque si ostinava a colpire la palla mentre ancora saliva, in anticipo. E mi piaceva. Primo perchè era ancora bello, secondo perchè a me piacciono i lottatori.

Open è davvero una storia bella, con momenti ingenui, certo, con molti momenti divertenti, ironici. La faccenda della metanfetamina è francamente molto, molto marginale, l’ha presa, l’han beccato, ha mentito. Gli han creduto. Stop.

E’ magnifica la descrizione di molte partite, io credevo che gli atleti professionisti fossero delle macchine, sempre concentratissimi, che non avessero le pippe mentali che ho io, per intenderci. Io che mentre faccio una cosa mi chiedo 50 volte se sto facendo bene, se posso farla meglio, io che a volte quando sbaglio crollo semplicemente, mi immagino che tutto andrà a puttane per un piccolo errore e … puntualmente finisce così. Andre racconta la stessa cosa, in decine di incontri, in cui sta bene, si sente forte, poi fa una puttanata – niente di drammatico – e i suoi fantasmi arrivano e lo spengono.

E’ gustosissima la cronaca degli utlimi incontri, quando lui è una leggenda – non più un punk –  e gioca contro Federer (che considera il migliore di sempre, o quasi) Nadal, gente più alta, più forte, infinitamente più giovane di lui. Ragazzi di vent’anni che, puntualmente, gli fanno un culo così.

E’ appassionante la storia dei suoi incontri con Sampras, la sua nemesi, il suo opposto, in certi sensi. “Pete, sempre Pete.” Che di solito lo batte.

Ed in tutto il libro la cosa più interessante, per me almeno, è il vedere come un ragazzotto del tutto normale sia scagliato quasi suo malgrado in un mondo assolutamente irreale – attori, case da sogno, Gietset – senza nemmeno rendersene conto, come un bambino. Un bambino che gioca con queste cose, ma che ha solo in mente la pressione, l’obbligo di vincere, di essere il migliore. Uno che voleva starsene davanti alla Tv. Un ragazzo che ingenuamente corteggia prima Brooke Shields, poi Stefanie Graf, come un ragazzino, mandando quintali di rose, tramando coi suoi amici…

Non c’è nulla di sconvolgente, solo il racconto di una vita (e di un talento) che stava andando un po’ a puttane e che invece Andre ha recuperato, ma è una lettura appassionante. Che è esattamente quello che mi aspetto da un libro.

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