“An’ it’s been 14 years of silence, it’s been 14 years of pain…”

Sostituiamo 14 (Grazie ai Guns’n roses, per il gancio) con 50 ed eccoci qua. Oggi almeno un trafiletto c’è su ogni giornale, perfino i TG si sono ricordati di fare un serviziuccio di circostanza, sono 50 anni dal Vajont.

Inutile chiamarlo disastro, strage, tragedia, tanto non c’è termine che possa descrivere, o anche solo avvicinarsi a quello che dev’essere stato. A quello che è stato. Bastano le cifre, i 1.900 morti (in realtà un po’ di più), Paesi interi spazzati via. Donne, uomini, bambini, polverizzati. Vaporizzati.

A me rimane in mente la gente, tutta ‘sta povera gente, chi abitava su (Erto, Casso) e in maggior parte se l’è cavata, chi abitava a Longarone, che son morti quasi tutti, mi restano in mente, sempre, sempre, le facce, gli sguardi annientati, vuoti, di chi è rimasto vivo e non sa neanche dove piangere, su una motta immensa di fango che una volta c’era casa tua, lì sotto.

Questi fratelli, queste mamme giovani, che non riescono neanche a piangere, da mostruoso che è quello che è capitato.

Allora voglio solo postare una testimonianza, di Matelda Coletti, dal sito http://www.sopravvissutivajont.org/:

Ciao mi chiamo Matelda Coletti.

Sono nata il 5 dicembre 1946, a Longarone. Ho dei ricordi bellissimi della mia infanzia, in paese.
C’era tanto verde, le montagne, le giornate passavano veloci.
Andavo a scuola, non ero una scolara modello, alla sera si mangiava quello che c’era. 
Avevo dei compiti in famiglia, perchè ero la maggiore di quattro fratelli. Andavo a scuola. 
Della diga, noi ragazzi si sapeva poco o niente. Quando ero con le amiche del cucito, si facevano illazioni, ad esempio “la diga non casca, o va giù anche Belluno”, ma i grandi che leggevano degli incidenti sui giornali, erano impressionati ben più di noi.
Ero piccola, ma dal mio mondo di fiabe avevo una sola certezza : mio padre lavorava alla Centrale di Gardone, se ci fosse stato pericolo non ci avrebbe fatto rimanere a Longarone a morire come topi!
Il 9 ottobre, papà faceva il turno sino alle 22, la mamma usciva dall’albergo quando lui l’andò a prendere.
In casa c’ero io ancora alzata in cucina, Leila era nella cameretta all’ultimo piano, dove dormivo io, Micaela e Giancarlo erano nella camera dei genitori poichè dormivano con loro.
Non so bene che ore fossero, ma ad un certo punto della serata mancò la luce ed io andai in camera da Micaela e Giancarlo per mandar via il gatto. Micaela dormiva, aveva un pigiama rosa e grigio a righe della zia.
La camera aveva un grosso armadio tra il letto e il comodino e nel girarmi sentii di colpo un forte vento che tagliava tutti i vetri, poi vidi un buco enorme nel pavimento e questa grandissima forza che mi spingeva dentro. Una grande botta ed il mio pensiero che mi diceva : è finita!
Poi buio completo. 
Mi sono ritrovata in piedi sotto una montagna di macerie, mentre Micaela e Giancarlo erano sotto : vicini a me. Avevo un piede completamente bloccato dalle macerie, ma volevo tirare fuori a tutti i costi mio fratello. Cercavo di portarlo vicino a me.
Ricordo che Micaela era coperta di maceria, con il pigiamino rosa a righe.
Hanno dovuto scavare con le mani da dietro e mi dicevano “adesso ti tocchiamo le gambe”, ma tra loro dicevano “questa le gambe non le ha più”. Io muovevo il piede ed urlavo “io le gambe le ho” ma non mi rendevo conto che muovendo il piede mi sarei rovinata per sempre. Fui tirata fuori da quella specie di bara e portata in barella dai militari e nell’ambulanza non avevo più pensieri per nessuno, solo sonno e debolezza.
Fui ricoverata a Pieve di Cadore per tre giorni, e decisero che il piede era da tagliare.
Ma era una clinica di maternità, non avevano i mezzi. Mi infilarono una camicia da notte e nel toglierla venne via la pelle. La botta in testa mi causò una specie di paresi al viso, mi operarono più volte al piede, e quella ferita non cicatrizzava mai.
All’ospedale di Codivilla il prof. Colombazzi mi salvò il piede ma si accorsero della ferita grave alla testa, e della paresi al viso. Non avevo più i denti davanti, non capivano quanti anni avessi, ero un mostro.
Noi ci salvammo, eravamo nella stessa stanza. Ci trovarono tutti assieme, ma la cosa che più ricordo e che mai mi perdonerò, fu che dissi a Micaela “non ti muovere, tanto tu sei morta, aspetta che tiro fuori Giancarlo”. Sono stati anni tremendi per me. Mio fratello era il primo maschio dopo quattro femmine, troppo importante per me. 
Svenni però dopo tanto.

Perdemmo tutto, quella notte.

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