Quello che c’è di seguito è il mio primo post in assoluto mai scritto su una qualsivoglia piattaforma blogghistica, nella fattispecie Libero, dove avevo un blog che si chiamava Country Feedback. I vecchi lettori qua, forse se lo ricordano pure, chissà.

Sono passati 5 anni e qualcosa, facciamo 5 anni. Non tantissimi, dici, ci sono macchine di 5 anni che sono ancora ottime, un bimbo a 5 anni nemmeno va a scuola, non è cambiato molto, in 5 anni.

Invece è cambiato tutto, io sono cambiata, la vita lo è, tutto. Non so se rimpiango qualcosa, credo di no, nè ho particolari rimorsi. E’ che se mi rileggo, se ripenso alla mia me che ha scritto quel post, mi sembra di non conoscerla, di non essere stata mai io. Mi sembra una cosa scritta da un’altra persona.

Che ha vent’anni meno di me, non cinque.

“Che poi alle volte si dice: “ma va’, finiscila di ascoltar musica deprimente, esci, divertiti, vedi gente, tromba!!!”. Già. Facile. Oddìo, l’ultima meno, però in fondo non ci vuole chissà cosa, basta darla.

Poi però appunto ti rendi conto che è una vita che ascolti musica deprimente e SOPRATTUTTO quando sei depressastancaincazzatatristedelusacotta ne hai prorpio bisogno. E ancora che se è una vita che fai così e ti rincoglionisci di certa musica un motivo ci sarà pure… Prendi i Cure: Letter to Elise.

Dì la verità, ti sarebbe piaciuto che qualcuno ti avesse detto o scritto una cosa così… Avresti dato un braccio in realtà perchè succedesse. Anche se non è che sia così allegra, dice che è appena finita una storia. Tanto comunque è appena finita lo stesso (da poco insomma, non proprio appena appena, ma quasi). Epperò, cazzo, possibile che, non so, neanche chiedere scusa, dire:

elise believe i never wanted this 
i thought this time i’d keep all of my promises 
i thought you were the girl always dreamed about 
but i let the dream go 
and the promises broke 
and the make-believe ran out…

Basterebbe. Sarebbe bastato. Non è vero, ma sarebbe stato qualcosa. Mica che io voglia necessariamente sempre una ammissione di colpa così totale, però un po’ di sforzo, il tentativo di dire qualcosa di bello, di toccante almeno.

No.

E allora sto qua, vuota. Con le cuffie. Ascolto, giro, lavoro (ci fosse qualcosa da fare…) parlo (poco) con la gente che non vedo nemmeno, guardo il tel. (come se a guardarlo magicamente esso potesse prendere vita) esco, mangio riesco.

Tutto questo poi per dire che non ci vuole niente, ma proprio niente, perchè una bionda vada su Youtube veda questo:

 

e si metta a piangere come una cretina davanti al PC. In ufficio. Senza neanche accorgersene.”

Solo una cosa è rimasta uguale identica, le emozioni che mi da Country Feedback (ebbene sì, it’s my favourite song too, Mr. Stipe) ed il fatto che quando Peter Buck attacca il solo e fino a che non finisce tutto, io mi metta a piangere. Perchè … perchè è così, perchè le cose sono così, l’amore quello è, alla fine “It’s crazy what You could’ve had” e l’assolo di Mr. Buck, signori, se ne mangia tanti, ma TANTI, di sboroni con la chitarrina. Quella Gretsch lì, canta, letteramente.

Ecco. Tutto lì.

A. mi reclama. E anche M.

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