A me ogni tanto piace recensire qualcosa, oddìo, recensire… parlare di libri, canzoni, film che ho letto, ascoltato, visto. Anche se in realtà questo spazio è solo una specie di archivio/sfogatoio in cui buttare fuori cose. Che altrimenti uscirebbero comunque, magari in altra forma, magari tramite qualche altro mezzo, ma i blog sono comodi, ti metti lì e scrivi quello che ti passa per la testa, poi ci sono degli altri che leggono e ti scrivono delle cose (generalmente carine, grazie!!) a proposito di ciò che hai scritto.

E’ divertente. Soprattutto se hai del gran tempo libero. La pubblicità del blog, intesa in senso letterale, però ovviamente ti limita, almeno un po’, almeno me. Nel senso che ci sono cose delle quali non ti senti sempre di parlare, magari hai paura di scrivere delle cazzate (quello no, lo faccio e ne sono consapevole) o di esagerare, insomma, di cagare fuori dal vaso, ecco.

Ho sempre pensato che scrivere – al di là di qualche commento qua e là – di The Stand (L’ombra dello Scorpione), rientrasse appieno nella categoria “cagar fuori dal vaso”, perchè … perchè The Stand è troppo lungo, troppo complesso, troppo ricco per poterne parlare. parlare senza scrivere cazzate, intendo.

Quindi ne parlo.

Lungi da me recensire l’opera, per quel che mi riguarda la recensione l’ha fatta Poison in un commento al post sotto “The Stand è IL libro”. Esattamente. Quindi stop.

The Stand l’ho letto quattro volte, ho la versione, per così dire “uncut” ovvero quella più lunga che è uscita intorno agli anni ’90. Sono oltre 1000 pagine di roba, scritte anche in piccolo, ma il fatto è che – per me sia chiaro – The Stand è un ‘esperienza, non un libro. Prevengo subito alcune notazioni:
1. Sì, è prolisso in alcuni passaggi descrittivi
2. Sì, la Storia, lo scontro tra i sopravvissuti, il racconto avrebbero potuto essere sviluppati meglio, in 1000 pagine.
3. Sì, il finale è troppo breve, appiccicaticcio e un po’ ridicolo.
4. Sì, ci sono anacronismi, piccole imperfezioni, qualche maccosa.

Scrivetelo voi, allora, se siete capaci.

L’ombra dello scorpione è immagini, persone – NON personaggi, persone – situazioni, dialoghi, è tutto POTENTE. Tutto riesce a rapirti e toglierti da dove sei mentre leggi per portarti nela scena. Pian mi ha scritto tempo fa che quando King scrive di un boscaiolo si sente l’odore della legna. Io non solo sento l’odore della legna, ma VEDO le schegge e la segatura, la camicia del boscaiolo, gli scarponi troppo usati.

The Stand si apre con una scena che mi catapulta subito, nel cuore della notte, in mezzo al deserto, nelle residenze adiacenti (nemmeno tanto) ad una base militare. E capisci che è successo qualcosa di terribile. Una telefonata, tipo quelle telefonate che non vorresti mai ricevere, di notte. Comincia il viaggio, che io non riesco ad identificarmi in un personaggio, no, mi sembra di essere lì, come una che lui non descrive, come una specie di testimone di qualcosa che esiste per davvero. Vedi il buio, i colori del deserto, le città, i tunnel, i mucchi di morti, io vedo la fotografia del libro, le scene, il montaggio. La luce che cambia, a seconda di dove siamo.

Credo succeda a molti di entrare in un libro, a me succede se il libro mi piace molto, ma The Stand è diverso. La sensazione non è più una sensazione, diventa il mio mondo reale, è per quello che è irrecensibile. Perchè non è più un libro, un’opera di fantasia,s critta da uno moooooolto bravo. No, no. E’ il mio mondo per una settimana. L’irreale, il fantastico, diventano casa mia, il cesso, il letto, fare da mangiare.

Il litigio di Fran con la mamma è il MIO litigio, il suo progressivo innamorarsi del texano è il MIO, le sue paure, i suoi timori, l’inquietudine che la pervade, le provo io. Davvero. Il freddo, la fame, il terrore di prendere una malattia. Non è questione di scrittura, stile, o artifici. Basta lasciarsi prendere, non è un libro che io legga, lo vedo. Lo vivo, letteralmente. Probabilmente non riesco a spiegarmi, il fatto è che mentre leggo The Stand non sto guardando delle pagine di carta con dei caratteri stampati, non le vedo quelle. Non mi rendo conto di quello, in nessun modo.

Non è neanche come se ci fosse qualcuno che ti racconta le vicende che succedono, no. E nemmeno come essere al cinema.

E’ come essere lì. Proprio lì.

Questo è l’ombra dello scorpione.

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