Ho letto un post su un blog del Corriere, scritto da una insegnante di Liceo, in cui questa professoressa descrive le differenze tra la scuola Italiana e quella Danese (considerata di eccellente livello), secondo la sua esperienza diretta.

Bel post, del tutto condivisibile e sicuramente veritiero. In Danimarca le strutture scolastiche sono moderne, ci sono spazi ampi per studenti e professori, attrezzature moderne, postazioni PC ogni venti metri, in tutte le aree comuni. I professori hanno a disposizione spazi per poter rimanere all’interno dell’edificio a correggere i compiti o far dell’altro, invece di essere costretti a tornare a casa.

L’interazione insegnanti-genitori è limitatissima perchè (giustamente) ciò che conta è l’interazione tra alunni e docenti. Stiamo parlando di un Liceo.

In Italia no. Inutile descrivere ciò che descrive la professoressa, a scuola in Italia ci siamo andati tutti e sappiamo come funziona, anche se ho saputo che il mio vecchio Liceo adesso è diventato una figata di posto.

Quindi tutto ciò che scrive la professoressa è vero. Sacrosanto. Inclusa la sostanziale differenza di stipendio con i colleghi danesi. Allora sono andata a vedere su eurostat (2009) la differenza negli investimenti, tra i due paesi, ed in effetti c’è un bel gap.

Più o meno parliamo di un 3,5% di differenza in termini percentuali sul PIL, ovvero l’Italia spende circa il 4,4% contro l’8% della Danimarca. Ed in ogni caso gli investimenti pubblici per l’istruzione in Italia, sono sotto la media dei Paesi UE. Non parliamo dei Paesi OCSE. Ma, se scorporiamo la spesa per l’Università, il divario si riduce.

Fermo restando che rimane una bella differenza. Anche la spesa media per singolo studente è molto più bassa in Italia che in Danimarca. Però se poi andiamo proprio a romperci i coglioni e a vedere la spesa per livello di istruzione, si vede che, ferma restando una percentuale di spesa maggiore in Danimarca, la Danimarca spende per l’istruzione secondaria (medie e superiori) il 3% del PIL, l’Italia il 2,2%.

La differenza è MOLTO meno marcata. E la % di spesa che viene utilizzata per gli stipendi (nonostante gli stipendi Danesi siano molto più alti) è più o meno simile, un po’ più alta in DK. L’orario di lavoro dei professori, se facciamo riferimento alle ore di insegnamento è sostanzialmente uguale (IT 18 – DK 19) ma l’orario complessivo settimanale di lavoro no. In Danimarca il minimo per legge è di 37 ore, in Italia non esiste, quindi si deve fare riferimento all’obbligo di presenza a scuola (20 ore settimanali).

Posso dire che in Italia i professori lavorano MENO che in Danimarca? No. Posso dire che in Italia l’orario di lavoro degli insegnanti è impossibile da determinare.

Come al solito, come TUTTO in Italia, si sta sempre sul vago, sull’indeterminabile. In modo che possano andare avanti all’infinito i teatrini delle marionette tra Ministeri e Sindacati.

Ok, finito il pippone pseudo statistico.

Aveva dunque ragione la Mariastella Gelmini (“In Italia si spende troppo e male!”)? Assolutamente no. In Italia si spende MENO, rispetto sia alla media UE che alla spesa dei Paesi che risultano ai vertici delle classifiche dell’istruzione.

Hanno ragione i Cobas, i Sindacati scuola, la rava e la fava (“In Italia si spende POCO per l’istruzione!”) Assolutamente no. La differenza, per quel che riguarda l’istruzione secondaria non è sconvolgente.

La spesa per gli stipendi (cavallo di battaglia di tutte le pseudo destre) è sostanzialmente allineata. Eppure in DK hanno scuole moderne, robuste, ben riscaldate (in Danimarca d’inverno fa freddo) ed hanno perfino Internet. Questo ovunque, anche in Danimarca del Sud. Qui in molti istituti se uno studente vuole andare a cagare è meglio che rubi i tovagliolini al bar.

L’unica cosa che mi chiedo (e spero se la chiedano anche i professori) è: Dove CAZZO sono i soldi destinati alle infrastrutture? Dove finiscono? Perchè dati alla mano, per quanto siano percentualmente meno che in Danimarca, soldi ce ne sono. Allora, dove cazzo sono finiti? Dove finiscono? Forse finiscono negli acquisti di 3 PC per liceo, risalenti ai primi anni ’90, con 64 Mb RAM, che essendo giustamente considerati antiquariato, costano 4.000 Euro l’uno? Magari comprati nel negozio del cuggino del dirigente scolastico?

Chi è che controlla le spese?

E poi… un’altra cosa. Io ho sempre visto gli studenti in piazza per un cazzo, ma proprio per un cazzo. Alla mia epoca ci andavo anch’io e metà delle volte non sapevo perchè, ma mi piaceva andare in giro per la città. L’altra metà invece ci ho imparato a giocare a biliardo (Sono tuttora la reginetta dello sfaccio). Gli insegnanti invece protestano contro i tagli (giusto), contro l’aumento delle ore (Giusto? Direi di ni), contro questo e contro quello. Non li ho MAI, MAI sentiti protestare fieramente contro la MERDA di strutture in cui si trovano a lavorare. Mai visti andare in Piazza per potere lavorare MEGLIO e DI PIU’. Perchè? Fatelo, andateci, rompete i coglioni e pretendete di poter lavorare in strutture che siano degne di un Paese civile (non voglio esagerare, non dico avanzato, civile sarebbe sufficiente), invece di rompere i coglioni quando gli studenti giustamente suggeriscono di ammodernare un po’ la didattica.

Chè, non è tutta colpa degli insegnanti, ovviamente, ma anche un po’ di autocritica farebbe bene e potrebbe essere lo spunto per chiedere delle riforme decenti. Io se fossi un insegnante chiederei ad ALTISSIMA voce la possibilità di licenziare chi merita di essere licenziato. E ce ne sono. Sia tra gli insegnanti che tra gli amministrativi-supporto-bidelli-cazziammazzi, ce ne sono tanti.

PS: Per capirci #°@çocane!!! , contro cosa protestano questi IMBECILLI!? Con quale diritto, quello di (continuare a ) non fare un cazzo tutto il giorno, tutti i giorni!? Eccezionale anche il fatto che, un corteo di studenti di non so qual sigla, previsto sempre a Roma, sia stato bloccato dal GELO. A Roma!!! Cialtroni di mmmerda, andate a lavorare, fatevi due settimane in Lussemburgo a gennaio con -14 la mattina e vedrete cosa vuol dire gelo. Che peraltro non ti esime IN ALCUN modo dall’andare a lavorare.

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