Nella mia bella città, così ben amministrata da Tosi superstar, sta per chiudere una osteria “storica, sita in centrissimo, la Carega. Sembra che i proprietari si siano rotti i coglioni delle continue ordinanze di chiusura e vogliano vendere l’attività.

La Carega è un’osteria carina, fanno jazz, si sta fuori e si beve e si chiacchiera, i frequentatori sono piuttosto misti, anche se il posto è “cool”, quindi qualche stronzo lo trovi sempre. E’ un peccato che un amministrazione miope, vecchia e gerontofiliaca mandi a puttane un attività che funziona e in cui le persone si ritrovano e si divertono. Verona è sempre stata morta, da quel punto di vista, i leghisti evidentemente vogliono inchiodare la bara. Ma tant’è.

Ho visto l’altra sera l’ultima puntata di House, unico programma che tuttora guardo sulla tv “normale”.

A dir la verità ho guardato anche 5 minuti di “Ciao Darwin”, non mi ricordo quando, poi m’è venuto il prurito di scrivere a Mediaset per chiedere che smettessero di pagare lo stipendio a Bonolis, ma ho lasciato perdere.

Le soquante stagioni di House si concludono con la morte del dottore stesso. Per finta. Devo dire che, dopo qulache anno di dù alle, l’ultima mi è piaciuta molto, è tornato su livelli elevati, ha perso anche un po’ quel sentore di deja vù, che negli ultimi anni aveva decisamente preso. La puntata finale è una bellissima considerazione sulla morte, la vita, ciò che ci lasciamo dietro, ciò che gli altri pensano di noi, ciò che avresti potuto lasciare.

Ma House non muore, finge di esserlo per passare (era l’unica soluzione, nel suo modo malato di vedere le cose) gli ultimi mesi di vita del suo amico Wilson, con lui. Per ripagarlo, forse, di un amicizia lunghissima. Per dargli ancora fastidio, chissà. Detta così non rende niente, ma davvero il finale è qualcosa che merita. La sottile ipocrisia al funerale, in cui tutti parlano di House, smussandone i lati peggiori, cercando di migliorarne l’immagine per quanto possibile, glissando sul suo essere un sociopatico, tossicomane, manipolatore… Tutti tranne Wilson, che esordisce dicendo la cosa più semplice e ovvia:

“House salvava vite”. E’ sufficiente per farne una persona “buona”? Sì. No.

Lo è, ovviamente, salvare una vita è la cosa più grande che si possa fare, ma questo non toglie il fatto che “House era uno stronzo”. Da vivo e da morto.

Quindi gli ultimi dieci minuti di House rimangono, per me, molto belli, ben fatti, toccanti. La morte è un argomento difficile da trattare,  loro ci sono riusciti.

C’è un precedente, la chiusa della serie , per me, PIU’ STRAORDINARIA che sia mai andata in onda su qualsivoglia mezzo di comunicazione, in cui per sei anni si è trattato di morte, vita, malattia, vita, rapporti, vita, amore, vita, morte. Il finale , nel profondo, precede quello di House, in un modo, per me, ancora più coinvolgente, ancora più delicato.

Six feet under.

Ancora mi manca, mi mancano Claire, Nat, David, Ruth, Keith, Freddy, Brenda, Ted. Mi manca SFU.

Eppure sono felice che sia finito, perchè è finito così:

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