Io sono una persona dotata di intelletto. Lento. Ci metto del tempo a capire le cose, non c’è niente da fare, sono lenta. Mi arrivano gli input, io li incamero, li lascio lì, poi inizia il processo di elaborazione (lentissimo), finchè, dopo troppo tempo, capisco.

Eureka!!

Ci arrivo dopo, insomma. Così, giunta ormai vicina ai trenta (son 28, ma arrotondiamo pure) ho capito che, almeno in Italia, ma credo un po’ ovunque, esista davvero una qualità, una caratteristica, che permette a determinate persone di ottenere “successo”, o “considerazione”, quantomeno.

Pensavo, quando ero più o meno adolescente, che la qualità in questione fosse l’intelligenza, di cui io avevo una definizione personale, per me uno intelligente era uno che sapeva fare di conto bene, argomentare lucidamente e controllarsi in caso di furie improvvise. Ovvero uno che non era come me.

Poi ho iniziato a pensare che, per quanto importante, non era LA caratteristica. Quindi doveva essere qualcosa d’altro. L’intraprendenza, pensavo, l’essere estroversi, intraprendenti e socievoli. Quella , per me che ne ero completamente priva, doveva essere la chiave di volta. Quel “quid” che fa si che tu ce la possa fare, possa avere successo, possa essere considerato, ammirato, benvoluto.

Poi ovviamente c’era quella cosa difficile da definire che è il talento. Non parlo di carisma, quello ormai è fuori moda, da quando ho sentito dire che Briatore è carismatico, mi son cadute le ovaie per terra e ho spostato il termine “carisma” tra i difetti. No, il talento, UN talento, la capacità di fare straordinariamente bene qualcosa. L’innata – o quasi – propensione per una attività dell’umano ingegno, quale che sia. Io non so fare niente benissimo, nemmeno i rutti. Sono bravina, mi dicono, ma nulla di più.

Pensavo che il talento fosse sufficiente addirittura a sopperire alla mancanza delle altre due qualità.

Mica vero.

L’unica cosa che viene richiesta, SEMPRE, fin dalle medie, è la banalità. L’omologazione. Dove per omologazione naturalmente non si intende affatto il “non essere alternativi”, anzi. E’ importantissimo essere alternativi, purchè tu sia alternativo “giusto”. Un alternativo che sta all’interno di un perimetro ben preciso, fatto di regole, modi di fare, di dire, di vestirsi.

Devi essere alternativo a qualcosa per essere omologato a qualcos’altro. Altrimenti non funzioni. Omologato. Devi pensarla in un certo modo, non importa tanto quale, purchè sia un modo ampiamente condiviso, devi paralre in un certo modo, devi soprattutto avere delle idee che siano condivise, un insieme di valori, credenze, opinioni, che siano COMUNI. Comuni almeno ad una certa tribù, nella quale tu ti possa riconoscere e della quale tu, di conseguenza, possa a pieno titolo fare parte.

Sei di sinistra? DEVI avere un certo tipo di opinioni. Che no sto qui ad enumerare. Sei di destra? Idem. Sei cattolico, femminista, uomo qualunque, grillino, verde, giallo, bianco? Non importa. Vuoi essere considerato? Vuoi avere successo? Omologati.

A qualcosa, ad un qualunque “movimento” o consesso che abbia un minimo di successo. Omòlogati. Fai tuo il sistema di pensiero di questo o quel gruppo, fanne tue le battaglie, le convinzioni, tutto.

Allora hai qualche possibilità. Altrimenti no. Io, che sono cretina, l’ho capito da poco. Io amo le persone che, almeno cercano, di pensare con la propria testa. E’ un esercizio faticoso, è più comodo prendere una visione del mondo preconfezionata e farci entrare qualsiasi cosa. E’ difficile perchè non ti puoi autodefinire facilmente, non vai in nessuna casella. Il rischio è quello di non sentirsi “niente”.

Di essere sempre laterali a qualcosa, fuori da qualcosa, fuori da un gruppo, ma fuori anche dall’altro gruppo.

– Sei fascista! – No. – Ma come? Hai appena detto che… –
– Sei comunista!! – No. – Ma dai, hai appena detto che… –
– Sei razzista!! – No, non mi pare –  Ma se hai appena detto che … –
– Sei sionista, filopalestinese, emo, fighetta, leghista, disfattista, antiitaliana, patriottica, puttana…

No. Non sono niente. Sono io.

Ecco, come non avere successo.

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