Volevo congedarmi, cercando di tirare due somme su cosa sia stata la mia esperienza qui.

Predo per questo spunto in parte dal più recente post di Uriel, in cui il Dott. Fanelli, come sempre, fa una lucida analisi di “come funziona il mondo in Germania”, o circa insomma. Siccome Lux è vicino vicino alla Germania, molte cose son simili.

La mia esperienza ha delle caratteristiche però tutte sue, dal momento che una buona parte del personale qui è italiano e per il resto c’è di tutto, fuorché autoctoni, o quasi. Ma le caratteristiche fondamentali del mondo del lavoro sono abbastanza Tedesche, anche qui.

Capitolo 1 – Il primo impatto: 

E’ dura, sia chiaro. Proprio per i motivi citati da Uriel. Qui, se sei in prova, SEI-IN-PROVA. Ovvero, fino a che non hai di-mos-tra-to di valere qualcosa, di avere delle competenze, di essere capace di fare ciò per cui sei stato assunto, tutti (o quasi) partono dal presupposto che tu NON sappia fare più o meno niente. Quindi ti criticano. Ti consigliano. Ti stanno addosso. Continuamente. E’ una situazione che in Italia porterebbe con altissime probabilità a scontri fisici, accoltellamenti o danneggiamenti alle proprietà dei colleghi. Io non sono una violenta, quindi fondamentalmente mangiavo merda. Poi tornavo a casa a piangere. E’ stato così per un paio di mesi. Torno a casa, penso che sono qua da sola, penso che ho mollato famiglia, amore, amici, penso a come andata la giornata sul lavoro (nella mia percezione un disastro assoluto, solo critiche e suggerimenti su come vanno fatte le cose, solo spiegazioni di cose che sapevo fare cinque anni fa) mi faccio da mangiare con il magone, vado a letto e piango, per ore.

Sempre, tutte le sere. Infatti volevo venir via, subito. Poi capisci che non è che ce l’abbiano con te. Lo fanno con tutti, lo fanno tra di loro, lo fanno con i Francesi, gli Inglesi, tutti. La cosa che più mi creava squilibrio era proprio il fatto che, mentre venivi continuamente ripresa, in realtà non ci fosse NIENTE che non andava, anzi. Tutti contenti. Fortunatamente, il mio superiore diretto è (era) Italiano, ergo era più semplice confrontarmi con lui.

Capitolo 2 – Lato umano e ambientamento:

Vabbè, tutti i luoghi comuni sui nordici (che sono freddi, che non gesticolano, che non si riesce a capire se gli stai sul cazzo o se gli sei simpatico, che guardano gli italiani con sospetto, che si lavano con parsimonia ed amano le camicie sintetiche – mistura che produce talvolta effetti nefandi –  ecc.) sono ve-ri. Punto. Questo per fortuna lo sapevo già, essendo stata in Inghilterra ed in Belgio ero abituata. Inoltre, io sono nordica (nel senso dell’Italia) e per di più Veronese – se non siete mai stati a VR, venite e provate ad entrare in un negozio, ci rimarrete male, pochissime parole e anche scorbutiche, tipo Austria, per intenderci – quindi gesticolo relativamente poco e non sono esattamente, come si suol dire, espansiva o estroversa.

Questo aiuta. Perchè se non altro non vieni catalogata subito come “giullare aziendale”, dagli stranieri. Anche se nei loro confronti, (Americani, Lussemburghesi, Tedeschi, Olandesi, in primis) io stessa sembravo una specie di furetto sotto acido contrapposto ad una statua di sale. Ci sono anche dei vantaggi però. Noi Italiani (più dei Francesi, che stan sul cazzo quasi a tutti) risultiamo simpatici e affascinanti. Quando?

Quando parliamo.

Il nordico medio parla con un tono assolutamente monocorde, vale per i tedeschi, gli olandesi, gli scandinavi. Di noi dicono che “sembra che cantiamo” quando parliamo Italiano. Probabilmente è vero, mi è stato detto anche in USA. Cioè loro ci sentono parlare e gli sembra di stare a sentire un’aria del “Trovatore”… e questo, generalmente, li manda abbastanza in estasi. Oppure (temo che a volte sia così) ci sentono come in Italia senti parlare due nigeriane/i. Mai capitato? Li senti parlare tra loro e sembra che da un istante all’altro debbano tirare fuori due coltellacci o delle spranghe e dirimere col sangue la questione discussa. Invece no, magari stan parlando (spesso in inglese o francese….) del tempo o di quanto è stata bella la recita dei bimbi all’asilo.

Umanamente, anyway, è dura come il ferro. Perchè Lux è un aeroporto. Tutti vanno e vengono, nessuno, o quasi, resta. Quindi il lato umano è un po’ negletto. Aggiungi a questo che generalmente nessuno lì parla la propria lingua, quindi nessuno riesce a spiegarsi proprio BENE. Però ci si ambienta, io mi sono creata il mio bozzolo, di conoscenti (amici non direi…) prevalentemente italiani, con i quali passi anche dei bei periodi.

Capitolo 3 – Il lavoro e i clienti:

Io, al di là dei rapporti “interni” di cui ho parlato, avevo rapporti quotidiani anche con i Clienti, ovviamente internazionali, dell’azienda. I più spassosi in assoluto furono gli Arabi (lo so che non sono tutti arabi, ma è per semplificare). I primi (si tratta di gente farcita di denaro e con educazione superiore, sia chiaro) con cui ho avuto l’onore di parlare, dopo qualche scambio di cordiali e-mail, si sono MOLTO stupiti di un fatto. Che io ritenevo fosse piuttosto ovvio, invece no. Del fatto che io, contrariamente ad ogni logica, fossi una donna. Cioè il tipo era convinto che, dal momento che lavoravo ed ADDIRITTURA avevo dei contatti con lui (che si ritiene appena meno importante del Re Saudita) allora dovevo per forza essere di sesso maschile. Chiarito l’equivoco, il tono delle mail si è fatto molto meno cordiale. Domandati lumi al capo, mi è stato risposto che, se avessi mandato una foto probabilmente mi sarebbe arrivata un’offerta d’acquisto. Di me, proprio.

Gli altri eran più normali.

Nel complesso ho imparato una cosa che mi piace parecchio, a livello lavorativo: Parla, chiedi, domanda, rompi le palle, ma fallo alla luce del giorno, sempre. Non prendere iniziative di sottobanco, altrimenti pensano che li stai per inculare. E si arrabbiano. Qui puoi chiedere sostanzialmente qualunque cosa, non si usa il mezzuccio, la mezza frase, il sottinteso.

Capitolo 4 – Conclusioni:

Nel complesso ci si può trovare piuttosto bene, qui. Però piuttosto bene non è abbastanza, per me. Soprattutto qui manca un’identità. Non c’è e non ci sono cazzi, non c’è modo di fare finta che ci sia. Questo è un parcheggio enorme, un aeroporto lussuosissimo, pieno di bellissime vetrine e di merce di ogni tipo, con poltroncine comodissime e lussuose, ottimi ristoranti e personale cordiale ed efficiente. Ma sempre un aeroporto resta. Hai sempre (io almeno) la sensazione di essere provvisoria, di stare per partire, che non sia il caso di disfare TUTTE le valigie, che tanto tra un po’ toccherà rifarle.

Io non sono fatta per vivere una vita in un posto così e non sono fatta nemmeno per vivere una vita in diversi posti così. Sono stata bene, abbastanza, sono cresciuta, credo e mi ha fatto un GRAN bene stare qui. Però sono contenta di aver scelto di tornare.

Quindi, Good night and THANKYOU, Luxembourg.

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