9 ottobre 1963.

1.910 morti, stimati.

Povera Longaròn, povera Longaròn, povera Longarone.

Sarà che sono una donna e come tale facile alla lacrima, all’emozione e a tutte quelle cose lì. Sarà che non sono tanto intelligente, ma ho una qualità, una sola, tanta memoria. Una memoria prodigiosa. Oddìo, prodigiosa anche forse no, però tanta memoria.

E io me la voglio coltivare la memoria, perchè quella ho, niente di più. Sarà che sono Veneta, dentro proprio. E sono fiera e felice di esserlo. Infatti vivo all’estero. Come centinaia di migliaia di miei corregionali. Lasciamo, per un momento, da parte tutte le cazzate leghiste, pseudo leghiste, le puttanate sulla Padania e Venezia. Il Veneto è stato per almeno 50 anni la regione Italiana con il maggior numero di emigrati. Mica per niente, perchè era povero. Miseria. Miseria vera, pellagra, terra agra. Guerra (la Prima). E disgrazie.

E’ buona gente, ignoranti, ma buona gente.

Anche io.  Vabè. 48 anni (meno tre giorni) fa, nella valle del Vajont accadde qualcosa di impensabile, di inimmaginabile. 2.000 persone spazzate via. Di metà di loro non si trovò nien-te. Nulla. Vaporizzati. Per cosa? Per imperizia, faciloneria, avidità. Per sfortuna? No. Una frana non è sfortuna.

Io me lo voglio ricordare, sempre, cascsse il mondo me lo voglio ricordare. Per raccontarlo ai miei figli, per fargli sapere che Veneto e Veneti NON sono quelli che si vedono in TV blaterare contro i negri e i tèroni. Nè quelli che vanno a prender l’aperitivo col Cayenne. Non solo.

I Veneti sono anche questa gente qua.

E questa gente qua merita rispetto e dolore e anche una lacrimuccia, se viene. E’ stata la tragedia più grave dopo la Guerra, è stata una cosa enorme, non voglio dimenticarmelo.

Ecco cosa è stato il Vajont:

“Mi chiamo Teza Vincenzo e sono nato a Longarone il 7 novembre del 1942.

Alla data del 9 ottobre 1963 la mia abitazione era in Pirago, al n° 55, dove abitavo con la mia famiglia; mio padre Giovanni di 48 anni, mia madre Corinna di 47 anni, i miei fratelli Mario (19 anni), Tullio (14 anni ) e Luigi (10 anni),

la mia sorellina Maria Rosa  (7 anni), oltre alla nonna Luigia di 69 anni.

Ero poco più che un bambino quando mio padre ebbe un grave infarto, si salvò ma rimase invalido e io, Vincenzo, il più grande dei cinque fratelli, ebbi la responsabilità di dover aiutare la famiglia intera.

Avevo 14 anni ma questo non mi impedì di prendere la valigia e andare in Germania, sino a Bayreut, per fare il lavoratore stagionale.

E’ lì che all’alba del 10 ottobre del 1963 la signora delle pulizie mi svegliò di soprassalto, insieme al mio datore di lavoro, PAIOLA LUIGINO per avvisarci che al nostro paese era successo qualcosa di molto grave.

Partimmo entrambi per l’Italia con il cuore in gola facendoci coraggio l’un l’altro poichè il mio datore aveva anch’egli moglie e figli a Longarone.

Arrivai a Pirago, e quello che mi si presentò davanti agli occhi fu una cosa indicibile.

L’intero paese scomparso.

Il solo il campanile della chiesa rimase in piedi e sembra tutt’oggi dire che in quella spianata piena di detriti e odore di morte, fino a poco prima c’era un paese, il mio.

Cercai come gli altri pochi sopravvissuti, tutti poveri emigranti, il luogo dove era la mia casa ma trovai solo pochi gradini e su quei gradini il passaporto pieno di fango di mio fratello Mario, rientrato da pochissimi giorni dalla Germania,  la vecchia bicicletta piena di fango di un’altro mio fratello, un compito d’esame di scuola e due foto. E il fango.

In quel momento capii.

A 21 anni rimasi da solo, l’intera mia famiglia fu sterminata e con la mia famiglia anche tutti gli zii, cugini, parenti ed amici.

Ero rimasto completamente solo.”

Annunci