Ripropongo un vecchissimo post, sempre mio, che scrissi circa tre anni fa su Libero, quando ancora ero una nìu entri nella commiuniti, destinata a fama e gloria, ben presto, ahimè, tramontate. Perchè mai lo ripropongo!?! Perchè mi piace (sìììì, sì! Sono vanitosa come una scimmia di Gibilterra, lo so), perchè mi son riletta oggi (ogni tanto lo faccio, sì è autocelebrazione, e allora!?) e perchè…

Bè, perchè un paio di anni fa scrivevo meglio. Molto meglio. Sono peggiorata tantissimo. Mi manca l’ispirazione, non lo so. Non so se mi leggerei. Ma qualche cosa bella l’ho scritta. Questa secondo me lo è, era sentita. Lo è ancora sentita, adoro ancora la mia terra, molto più di prima.

Io sono Veneta. Credo si sia capito. In verità sono un po’ bastarda… Però diciamo che sono nata qua, ho vissuto prevalentemente qua e quindi veneta mi considero. E amo smodatamente la mia terra. Almeno tanto quanto la odio.

E’ uno strano posto, di strana gente. E’ una contraddizione in forma di Regione. La Regione con il maggior numero di turisti d’Italia (chi l’avrebbe mai detto?) città piccole, molto simili tra loro a parte due. Una è la mia, l’altra è Venezia. Sono anche le città forse meno Venete del Veneto, mica per niente.

Abbiamo una delle Università più antiche del mondo ed un’ignoranza diffusa spaventosa. La maggior parte delle persone tuttora fatica ad esprimere un concetto in Italiano, anche persone colte (dignitosamente colte) se devono esprimere un concetto ‘difficile’ usano il dialetto. Non siamo simpatici. Neanche un po’. ‘Suti. Poco inclini all’abbellimento, alle cortesie. Però falsi lo stesso, a modo nostro. Diffidenti, gretti. Poveri di spirito. Ruvidi.

I montanari è gente dura, coriacea, dialetti incomprensibili e bestemmie. I polesani cordiali e cantilenanti, poveri da sempre dialetto e bestemmie. Padova, spocchia e bestemmie. Vicenza, niente e bestemmie. Belluno, freddo grappa e bestemmie. Treviso, schei e bestemmie. Rovigo, tristezza e bestemmie. Verona, ‘gnoransa e bestemmie. Venezia, bacari e bestemmie.

Un posto che è sempre stato poverissimo (con notevoli eccezioni da dittatura sudamericana) e che dentro, nel profondo, lo è ancora. Un popolo (riconosciuto tale come i Sardi, incredibile!) che si è arricchito in pochissimo tempo e forse non sa neanche lui come. Facendosi il culo, sì, quello sempre. Niente sindacati qui, plììììss. L’orario di lavoro, e che cazzo è!? Si sta dentro finchè ‘ghè bisògno’ e basta.

Gente che è sempre andata in giro, i migranti dei primi anni del Secolo (Argentina, Brasile, Stati Uniti) e del dopoguerra – ignoranti, poverissimi, ingenui e disperati- sono diventati gli imprenditori che sono andati in tutto il Mondo a vender bulloni, brugole, molle, scarpe, idee, guanti, macchinari, batterie. Sempre con la loro nebbia in mente, con lo spriz, la pearà e il baccalà in bocca.

E poi i paesaggi, la Piana enorme, le Basse nebbiose, i miei pioppi, le Montagne, che è montagna vera, cazzo, no gli appennini, i portici, il caligo, la laguna, quella roba strana che è Venezia (noi si viene dalle campagne però, non abbiamo la classe), il Po. Le strade che non ci sono. La disponibilità. Sempre. A bestemmie e broncio, magari. Ma se c’è da aiutare si aiuta. E va in cùl.

Le tragedie. Il Vajont, il Polesine, il terremoto del Friuli. Sono figlia di una alluvionata. Si è sempre rifatto tutto, come se il fare qui impedisse di guardarsi dentro, di vedere la propria miseria. La propria pochezza. Abbiamo venduto l’anima per quattro soldi… E non facciamo simpatia, che si arrangino, scecessscioniscti! Frega un cazzo. Amo la mia terra.

Mi basta un argine, una BELLA osteria (e ce ne sono ancora, basta cercarle), un po’ di nebbia e un paio di sci. Mi basta sentire il mio accento a Frankfurt Hahn, una bàstiema usata come interpunzione, vedere qualcuno che beve troppo. Appartengo a questo posto. Ne sono felice.

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